La testimonianza di Elisa


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I contributi presenti nella raccolta “Storie di ordinaria isteria” mettono in evidenza episodi di medical gaslighting, discriminazioni e microaggressioni in ambito medico-sanitario, negligenza e violenza medica.

Ringrazio Elisa per avermi affidato le sue parole. A te che leggi, chiedo di averne cura.

La mia storia di dolore, incomprensione, gaslighting e discriminazione inizia nell’infanzia come bambina altamente sensibile.

Da che io ricordi la pancia è sempre stato il mio punto debole, quella parte del corpo pronta a somatizzare ogni emozione, sensazione, pensiero. Quando finivo dal dottore o in pronto soccorso per i miei mal di pancia non risultava mai niente di rilevante, se non che fossi “troppo sensibile”.

Mi sono sviluppata “tardi”, ovvero all’età di 14 anni. Prima che succedesse credevo ci fosse qualcosa che non andava nel mio corpo, perché le mie amiche erano già tutte sviluppate da un pezzo. Arrivate anche per me le mestruazioni ho tirato un sospiro di sollievo, ignara del calvario che avrei passato negli anni successivi.

Fin dal menarca, infatti, ho avuto mestruazioni dolorose raccontate da chi avevo attorno come “normali”. Così, dai 14 anni, ho cominciato a normalizzare il mio dolore. A ritenere normale non solo di stare male, ma per questo di dover saltare prima la scuola e poi il lavoro, di assumere almeno 3 antidolorifici al giorno, di essere allettata almeno per il primo giorno di mestruazioni. Ho normalizzato così profondamente il dolore mestruale da arrivare a pensare che tutte le persone stessero proprio così, in quei giorni, con la differenza che loro, contrariamente a me, riuscivano a non farsi frenare dal dolore.

C’è voluto un po’ di tempo in psicoterapia per ribaltare la realtà, per realizzare e capire che le altre persone stavano bene e che io invece stavo male. Che normale è provare al massimo un fastidio, durante le mestruazioni. Che non avevo una bassa soglia del dolore. Che non ero io a non essere abbastanza forte da non mettere in stop la mia quotidianità.

Quando l’ho capito, mi sono guardata indietro, ho ripercorso tutto il gaslighting medico subito negli anni. Dal medico che mi diceva “c’è chi sta tanto male e chi poco, è così” senza ascoltare né indagare, alla ginecologa che mi diceva “avrai una bassa soglia del dolore” senza ascoltare né indagare, ai medici dei pronto soccorso che mi dicevano “è un po’ di colite, sei sensibile” senza ascoltare né indagare. E così via…

Ho dovuto, come la maggior parte di noi, ascoltare, studiare e indagare io stessa il mio dolore. L’anno in cui ho sospettato di essere affetta da endometriosi venivo da mesi in cui non sperimentavo più soltanto il dolore mestruale, ma anche il dolore ovulatorio e il dolore pelvico non più “soltanto” durante le mestruazioni. Mi ero detta “al prossimo controllo annuale ginecologico, costi quel che costi, pretenderò che il mio dolore venga indagato.” Ma destino volle che non dovessi faticare tanto per riuscirci, ci aveva pensato il mio corpo. Dall’ecografia risultò ben visibile una cisti endometriosica di 5cm che, quella sì, fu il mio lasciapassare per una risonanza magnetica. Così mi ritrovai a ringraziare una cisti, a tirare un sospiro di sollievo per l’imminente diagnosi e a essere terrorizzata di subire un eventuale intervento. Tutto nello stesso tempo.

Se c’è una cosa, però, che mi ha segnata ancor più del gaslighting subito e che ritengo abbia in parte contribuito al mio ritardo diagnostico: l’essere discriminata come persona asessuale.

L’asessualità è l’orientamento sessuale di chi non prova attrazione sessuale o ne prova raramente o in specifiche circostanze.

Lungi da me pretendere dallə ginecologə che mi hanno preso in carico negli anni la conoscenza del mio orientamento sessuale ancor prima che ricevessi io stessa le informazioni per dargli un nome.

Ho infatti trascorso l’adolescenza, periodo già di per sé sfidante e difficoltoso per tuttə, con fatica e disagio perché non rientravo nei canoni dell’adolescente che ha ripetute cotte e instaura le prime relazioni d’amore parlando dei propri sentimenti con lə amicə. Non avevo ancora gli strumenti per comprendermi né tanto meno per individuare discriminazioni nei miei confronti in campo ginecologico.

Quel che rimprovero è un sistema sanitario che porta avanti a gran voce il costrutto sociale della verginità. Come? Definendo “virgo” unə paziente che non ha mai avuto rapporti penetrativi e negando visite approfondite, come un’ecografia transvaginale, anche su richiesta dellə paziente.

Durante i miei primi controlli ginecologici dove riportavo sempre di avere mestruazioni dolorosissime non mi venivano mai poste domande per approfondire questo dolore, veniva bollato come dismenorrea. Mi veniva chiesto se fossi sessualmente attiva, e venivo bollata come virgo. Così, per anni, ho fatto ecografie addominali risultate sempre nella norma. Non prima della battuta “sei ancora come mamma t’ha fatto?”

Naturalmente, è la società tutta a tenere ben saldo questo costrutto sociale della verginità, ma il sistema sanitario dovrebbe essere il primo a smantellarlo per il benessere dellə pazienti. D’altronde è composto da medicə che conoscono l’anatomia umana, e di conseguenza l’anatomia femminile. Dovrebbero sapere che la verginità non ha nulla a che fare con il corpo, poiché non ha nessun fondamento scientifico. Dovrebbero sapere che l’imene non è un sigillo che si rompe con il passaggio del pene, ma una membrana mucosa che ricopre l’orifizio esterno della vagina, abbastanza elastico da permettere l’inserimento di pene, dita, sex toys, ecc. E se vogliamo proprio dirla tutta, nell’anno 2024, dovrebbero anche sapere che i rapporti sessuali non sono solo eterosessuali e solo penetrativi.

Anche dopo aver avuto gli strumenti per comprendere che avevo tutto il diritto di ricevere visite approfondite, non mi sono state concesse. Dopo aver fatto la mia prima valutazione del pavimento pelvico, infatti, con un’ostetrica specializzata che mi ha visitata internamente come qualsiasi altra sua paziente, aver cominciato la riabilitazione e, quindi, aver intrapreso anche autonomamente un percorso di esercizi che comprendevano e comprendono tutt’ora l’inserimento in vagina di diversi dispositivi, ho chiesto, al successivo controllo ginecologico, di poter fare un’ecografia transvaginale ma mi è stato risposto “meglio di no, evitiamo il rischio che tu possa sanguinare.”

L’anno seguente, feci il controllo ginecologico da un medico differente, così approfittai per fare la stessa richiesta. Mi disse “meglio eseguire la transrettale, ma comunque controllo il tuo imene” e quando lo fece scosse il capo per intendere che quello, il mio, non era un imene degno di visita approfondita.

Ad oggi, nonostante abbia 32 anni, una diagnosi di endometriosi e adenomiosi, sia una persona asessuale ben consapevole del mio corpo e del suo funzionamento, non mi è ancora stata fatta una visita ginecologica approfondita, perché per il sistema sanitario sono una paziente “virgo”.

Allo stesso tempo, faccio costante riabilitazione del pavimento pelvico con la mia ostetrica libera professionista utilizzando, tra le altre cose, sonda vaginale e bacchetta pelvica proprio lì dove lə medicə dicono di non poter andare.

Non so con certezza se le visite approfondite che mi sono state negate mi avrebbero portato prima a una diagnosi, ma so che non sono solo i peni a penetrare le vagine, e le cure di una persona non dovrebbero neanche lontanamente dipendere da un organo maschile.


Per condividere la tua testimonianza, scrivi a ordinariaisteria@isteriche.com

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