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La rivoluzione non sarà ottimizzata: resistere alla tirannia della “normalità”

Traduzione: Julia Arena
Tempo di lettura: 12 minuti

Una vera politica rivoluzionaria comunista deve misurarsi con le contraddizioni materiali del capitalismo, un sistema che da tempo definisce il valore sulla base di uno standard ristretto di lavoro produttivo. Tale critica è parte integrante di qualsiasi analisi marxista, ma c’è un elemento cruciale di cui spesso non si tiene conto in queste discussioni: la disabilità. Non affrontare la questione della disabilità significa trascurare una componente fondamentale della disciplina del lavoro che riguarda la classe lavoratrice tutta. La disabilità non è una categoria che tocca unicamente gli individui etichettati come disabili; è una forma di oppressione intrinsecamente correlata al funzionamento del capitalismo stesso.

Quando manchiamo di integrare la disabilità nel pensiero rivoluzionario, ignoriamo le strutture stesse che definiscono chi può essere considerato utile e chi no. Questa omissione non è semplicemente etica o morale, ma materiale; e ha conseguenze reali e tangibili sul modo in cui intendiamo il potere, il lavoro e il valore.

Il capitalismo opera attraverso l’estrazione del plusvalore e, nella sua forma più basilare, ciò avviene trasformando i corpi in strumenti interscambiabili di profitto per la classe proprietaria. La classe lavoratrice, che si tratti di manodopera industriale o addetta ai servizi, viene trasformata in un mezzo per generare ricchezza a vantaggio altrui. Il capitalismo si basa su questo sistema di sfruttamento, in cui i corpi di chi lavora vengono ridotti a semplici ingranaggi di una macchina, utili solo per la loro capacità di produrre. Ma la logica di sfruttamento del capitalismo diventa più insidiosa se consideriamo le vite delle persone disabili. Il capitalismo opera restringendo la definizione di produttività, spingendo ai margini ogni persona il cui lavoro non si inserisce perfettamente nei sistemi di estrazione che governano il mercato.

Lo stesso concetto di “lavoro produttivo” è limitante, in quanto esclude tutte le forme di cura, lavoro emotivo, creatività e resilienza che non possono essere facilmente misurate attraverso i parametri capitalistici. Di conseguenza, sottrae valore a intere fasce della popolazione, trasformando le loro vite in qualcosa di meno umano, marginalizzando il loro contributo e rendendole sacrificabili.

L’idea di “disabilità” non è una verità assoluta, ma piuttosto un costrutto sociale emerso da specifiche condizioni storiche. La disabilità, come categoria, è stata plasmata dalle esigenze del sistema capitalista di mantenere una forza lavoro efficiente e snella. È una categoria costruita per definire alcune vite come “eccedenti” o “non essenziali” e per porle in una posizione di valore inferiore in termini di produzione economica. Nelle società capitaliste, l’efficienza è la chiave del profitto, e la disabilità è qualcosa che la compromette.

Interpretare la disabilità in tal senso significa comprendere che l’esclusione delle persone disabili dalla forza lavoro non è un caso, ma il risultato delle esigenze storiche del capitalismo di massimizzare il plusvalore. Questa categorizzazione non è fissa, ma bensì il prodotto di specifiche relazioni economiche. Il sistema definisce alcuni tipi di lavoro – e, per estensione, alcuni tipi di persone – come sacrificabili, mentre altri come essenziali per l’ordine capitalista. Mettere in discussione questa definizione di disabilità significa quindi mettere in discussione le basi stesse dello sfruttamento capitalistico. Non si tratta solo di creare spazio per le lavoratrici e i lavoratori disabili, ma di smantellare le condizioni strutturali che classificano alcune persone come sacrificabili.

Il fulcro del capitalismo è il presupposto che il lavoro e i corpi possano essere ottimizzati in nome del profitto. Basta una semplice analisi materialista per rivelare che in questo sistema il lavoro è mercificato e che i corpi umani sono il luogo in cui avviene tale mercificazione. Il capitalismo spinge costantemente verso l’ottimizzazione, l’efficienza e l’estrazione di profitto da ogni possibile direzione. Ma cosa succederebbe se smettessimo di vedere i corpi umani come oggetti da sfruttare a scopo di lucro? Se, invece, considerassimo preziosa ogni forma di lavoro umano – che si tratti di lavoro di cura, di lavoro creativo o anche del lavoro necessario per muoversi nel mondo in quanto persona disabile –, non perché misurabile in termini di profitto, ma perché essenziale per il tessuto stesso della società?

È qui che il movimento per i diritti delle persone disabili si interseca con la lotta per il comunismo: una lotta per rivendicare il valore di tutto il lavoro umano, non solo di quello che può essere mercificato. La lotta antiabilista non è una questione secondaria o una concessione morale; è un elemento fondamentale per qualsiasi progetto rivoluzionario che miri a cambiare le condizioni di sfruttamento ed emarginazione. Ci costringe a ripensare non solo il significato del lavoro, ma il modo in cui diamo valore alla vita umana stessa. Non possiamo costruire una società veramente rivoluzionaria senza riconoscere il valore intrinseco di ogni forma di lavoro, comprese quelle forme che il capitalismo non può o non vuole misurare.

Smascherando il concetto di “normalità” come un’invenzione del capitalismo, apriamo nuove possibilità di riorganizzazione sociale. La “normalità” non è una verità universale, ma un costrutto radicato nelle esigenze della produzione capitalista. L’idea che certi corpi siano più preziosi, più produttivi o più capaci di altri è una narrazione creata per sostenere l’ordine capitalista. La normalità è radicata nella logica dell’efficienza, che si riduce sempre all’estrazione del maggior valore possibile con il minor sforzo possibile.

Il problema di questa logica è che non tiene conto della diversità umana: non riconosce che i limiti, la variabilità biologica e l’interdipendenza sono una parte essenziale di ciò che ci rende persone. Quando iniziamo a vedere la “normalità” come un costrutto capitalista, ci troviamo a dover ripensare le fondamenta stesse del capitalismo. La lotta antiabilista è un rifiuto dell’idea che solo certi tipi di corpi possano essere utili e che chi si discosta dalla norma sia sacrificabile. È un atto radicale di ripensamento della società, che sposta le priorità dalla produttività orientata al profitto ai bisogni umani.

Riconoscendo il valore intrinseco di tutte le persone, a prescindere dalla loro capacità di conformarsi alle norme capitalistiche, iniziamo a immaginare un mondo diverso, un mondo che non sia vincolato dalla logica del profitto e dell’efficienza, ma guidato dalla solidarietà umana, dalla cura e dall’aiuto reciproco.

Integrare la lotta antiabilista in una prospettiva rivoluzionaria significa ridefinire il significato di lavoro e di contributo. Nel capitalismo, il lavoro è definito esclusivamente in termini di plusvalore: chi lo produce, come viene estratto e chi ne beneficia. Ma cosa succederebbe se andassimo oltre questa prospettiva? Cosa succederebbe se costruissimo una società in cui ogni forma di lavoro fosse riconosciuta, non perché genera profitto, ma perché contribuisce al benessere delle persone tutte?

In una società di questo tipo, il lavoro di cura, il lavoro creativo e persino il lavoro necessario per sopravvivere e muoversi in un mondo ostile sarebbero riconosciuti come altrettanto importanti quanto le altre forme di produzione. Anziché un sistema che eleva pochi eletti per generare plusvalore, potremmo creare un sistema in cui il lavoro di ogni persona, indipendentemente dalla sua capacità di produrre plusvalore, è essenziale per il funzionamento della società. Questa visione non richiede semplicemente accomodamenti o concessioni, ma una completa riorganizzazione delle priorità della società, in cui ogni persona sia valorizzata per il proprio contributo e la propria umanità, non per la propria resa economica.

La retorica capitalista che presenta la vita delle persone disabili come un peso è profondamente radicata nella nostra concezione culturale del lavoro e del valore. È la stessa narrazione che ci dice che alcune persone sono “troppo” da accudire, che richiedono risorse che “sarebbero meglio spese altrove”. Questa è la logica dell’efficienza capitalista, secondo la quale le vite hanno valore solo nella misura in cui possono contribuire a qualche forma di profitto. Ma sfidando questa retorica, possiamo aprire la strada a un nuovo modo di concepire il valore umano.

La lotta antiabilista ci insegna a riconoscere che le nostre capacità non sono un peso, ma una semplice realtà della vita. I nostri limiti fanno parte dell’umanità che ci accomuna e sono essenziali per creare un mondo che valorizzi la cura, la solidarietà e l’aiuto reciproco. Quando sfidiamo il quadro capitalista che ci ha insegnato a considerare la disabilità come un peso, iniziamo a costruire una società in cui tutte le forme di lavoro, siano esse creative, emotive o fisiche, vengono riconosciute come essenziali e in cui nessuna persona viene lasciata ad affrontare le proprie difficoltà da sola.

La vera trasformazione non avviene modificando superficialmente le strutture esistenti, ma attraverso una riorganizzazione completa della società. Non è sufficiente creare dei semplici accomodamenti per le persone disabili all’interno di un quadro capitalistico; dobbiamo riprogettare la società in modo che le esigenze di ogni individuo possano essere soddisfatte, indipendentemente dalla sua capacità di conformarsi alle norme capitalistiche.

Questo è il fulcro della lotta antiabilista: una società basata sulla cura e sul mutuo sostegno, dove nessuno viene lasciato indietro. Non si tratta di creare spazio per un gruppo emarginato, ma di riconoscere che le condizioni di emarginazione sono insite nel tessuto stesso del capitalismo. Cambiare queste condizioni significa smantellare le strutture che alimentano l’idea che alcune vite siano “non essenziali” e sostituirle con una nuova visione della società in cui la cura è prioritaria e nessuno è lasciato solo ad affrontare le proprie difficoltà.

Nella storia della lotta di classe, la classe lavoratrice è stata spesso definita dalla sua capacità di produrre plusvalore. Ma questa definizione è sempre stata esclusiva, perché non considera chi non si inserisce perfettamente nel sistema di produzione capitalista. Una rivoluzione che mette al centro la lotta antiabilista è una rivoluzione che ridefinisce il concetto stesso di lavoro. È una rivoluzione che riconosce il valore di ogni contributo, che sia misurato in termini di plusvalore o meno.

Quando immaginiamo un’economia politica basata sui principi della Disability Justice, stiamo mirando a costruire una società che rifletta realmente la natura diversificata e complessa del lavoro umano. Ogni contributo è importante, che si tratti del lavoro di un caregiver, di un’artista, di un insegnante o semplicemente di qualcuno che vive la propria vita con una disabilità. Ogni vita è preziosa, e tale valore non si misura in base al profitto che può generare, ma al contributo che offre al benessere di tutte le persone.

Il nostro progetto per una società rivoluzionaria non consiste in un’inclusione di facciata o in gesti simbolici. Non consiste nel mettere una crocetta su una casella o nell’apportare piccole modifiche. Consiste nello smantellare le strutture che rendono alcune vite sacrificabili e nel costruire una società in cui la cura non sia un elemento secondario, ma il fondamento stesso della nostra esistenza collettiva. La lotta per i diritti delle persone disabili è fondamentale in questa visione, perché ci insegna che nessuna vita dovrebbe essere considerata meno preziosa di altre. Quando sfidiamo la logica capitalista che ci costringe a misurare il valore delle persone in base alla loro capacità di generare plusvalore, apriamo la porta a un nuovo tipo di società, in cui la dignità di ogni persona è rispettata e nessuno viene lasciato indietro.

In ultima analisi, abbracciare la lotta per i diritti delle persone disabili significa riconoscere le radici materiali della nostra oppressione. Significa riconoscere che il sistema che emargina le persone disabili è lo stesso sistema che sfrutta e opprime tutti noi. La lotta antiabilista non significa solo creare spazio per le persone disabili, ma ripensare il significato del lavoro, il significato del valore e cosa significhi vivere in un mondo giusto.

Il nostro compito è quello di smantellare i sistemi che perpetuano la sofferenza e la disuguaglianza e di costruire un mondo che rispetti l’umanità di ogni persona, indipendentemente dalla sua capacità di conformarsi alle norme capitalistiche. Un mondo in cui ogni vita è apprezzata, in cui la cura è considerata prioritaria e in cui si riconosce il valore di ogni forma di lavoro umano, non perché genera profitto, ma perché è essenziale alla prosperità di tutti.

Illustrazione di due pastigliette di colore rosa

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